giovedì 1 marzo 2012

28 Febbraio 2012 - Vittima due volte

Tre anni di salita, di dolore, di paure, di rabbie ma sempre ferma e costante nella mia richiesta di giustizia.
Ho imparato tanto, sto imparando tanto...quanto da condividere con un mondo dimenticato di donne, un continuo ricordo di violenza subita da un sistema che non ci permette di avere giustizia, non ci permette di riscattare la nostra esistenza di donne.
Oggi 28 Febbraio 2012 in una splendente città di Reggio Emilia, dove pare essere esempio di emancipazione e dura lotta per i diritti della donna, OGGI IO sono entrata in un'aula di tribunale dopo tre anni di attesa per avere la mia giustizia.
Consapevole di quanto questo percorso possa essere duro da sostenere, mai duro quanto capire quanto le forze di un piccola donna restino inascoltate.
Oggi qualcuno mi ha fatto violenza di nuovo, questo stato che ricorda così spesso i diritti di un imputato e scorda quelli di una vittima.
Mi chiedo come possa essere CREDIBILE, GIUSTIFICABILE, dimenticarsi per l'ennesima volta di notificare un decreto di citazione a giudizio in carcere, a un uomo in carcere, e per la seconda volta in due mesi, per due processi diversi.
Dimenticanza???
Dimenticarsi dal 17 novembre ad oggi e per ben due volte di notificare??? Nello stesso carcere di reggio?? e... a quell'uomo per cui clamoroso fu l'arresto richiesto del 2009, e l'arresto di novembre 2011???
Se fosse così ...sarebbe quasi meglio!!
Sono indignata e la rabbia si rifiuta pure lei e resta zitta all'appello.
Mi vergogno di quello che sta appeso ridicolmente ancora in quell'aula:
LA GIUSTIZIA E' UGUALE PER TUTTI. ......NO ...
LA GIUSTIZIA E' MORTA!!!
E aggiungo ...malauguratamente soprattutto per noi donne. 
Chissà a volte mi viene da pensare che se fossi un giorno cadavere, sarei dolce prelibato per i menefreghisti di oggi!

Reggio Emilia 28 febbraio 2012, Marzia Schenetti

martedì 14 febbraio 2012

La ricercatrice ed amica Prof. Nadia Caiti ci ha lasciate






                                                                                                         


Terra di Donne – associazione bassa reggiana esprime profondo e incolmabile dolore per l'amica e ricercatrice  Prof. Nadia Caiti che ci ha lasciate.

Nadia Caiti ,insegnante , Socia della Società Italiana delle Storiche ,si è occupata da anni di Storia orale , di memoria del movimento operaio e in particolare delle donne.

Meticolosa ,nella analisi dei documenti storici ,scrupolosa, osservante della metodologia scientifica di ricerca della raccolta delle fonti orali, ricca di idealità, convinta che le donne non occupassero socialmente il ruolo che meritavano nella società , si è impegnata instancabilmente senza sosta in una ricca , complessa e faticosa ricerca, unica nel suo genere perché ha saputo coniugare storia passata e recente, storia di donne native e migranti ,con diversi approcci - storico,politico , sociologico ed economico , e possiamo dire unica e ultima per la Bassa : “DAGLI ANNI SETTANTA AL DUEMILA - Donne della Bassa Reggiana - Tra Sogni & politica di ieri e di oggi” pubblicato in collaborazione con la Camera del Lavoro di Guastalla e la C.G.I.L. di Reggio .

Sensibile ,gentile con il suo modo affabile metteva tutte/i a suo agio e noi, donne della Bassa Reggiana, avevamo individuato in lei , la ricercatrice che avrebbe scritto la storia , sull’agire politico e sociale delle donne dei diversi Comuni dalla Bassa .

Per diverso tempo ,munita di registratore e quaderno,in giornate piene di afa , con una calura insopportabile è venuta giù nella Bassa ad incontrare ,ascoltare e raccogliere le testimonianze di “quelle donne” che non accettavano che la loro memoria andasse dispersa e diventasse invece l’espressione di una memoria collettiva.

Un significativo impegno sociale e “militante” come lei amava definire il suo fare ricerca , viene espresso nell’audiovisivo realizzato in collaborazione con il regista Nico Guidetti sulle lotte degli anni 70 ,dove per giorni e giorni ha analizzato i fotogrammi di alcuni video d’ archivio sulle lotte e la condizione operaia .

Attraverso il lavoro di raccolta , del materiale storiografico che abbiamo messo a sua disposizione , abbiamo ripreso passione per l’impegno sociale e prima ,come Donne Bassa Reggiana ,poi come Terra di Donne abbiamo dato vita a questa Associazione a dimostrazione che il lavoro di ricerca sulla memoria,fatto con Nadia ha funzionato .
Grazie tante Nadia , sarà impossibile non ricordare quello che ci hai lasciato .

Per tutte le donne  che l'hanno conoscita e hanno collaborato con lei .Anna Scappi e Lucia Gardinazzi.

Guastalla .14/2/2012.

         









Uscire dalla violenza maschile subita si può .




















INVITO.




Gent. me/mi ,
siamo liete di invitarvi alla presentazine del libro : "IL GENTILUOMO - Una storia di stalking" di Marzia Schenetti   che ,con il patrocinio del    Comune  di Guastalla abbiamo organizzato per  sabato  25/2/2012 , alle ore 16,00 presso la Biblioteca Comunale Frattini - Piazza Garibaldi 1.



Sarà presente il Sindaco Dott. Giorgio Benaglia .


...un' esperienza vissuta di stalking , a testimonianza che uscire dalla violenza maschile subita si può, vi invitiamo a parlarne direttamente con l’autrice Marzia Schenetti : ex vittima - scrittrice e Presidente della Associazione MoDeM- Movimento donne e minori,  con l'avvocata di Cassazione Giovanna Fava ,nonché Presidente della Associazione Forum delle Donne Giuriste e consulente legale della Associazione Nondasola - casa delle donne - centro antiviolenza di Reggio,
Domizia Galli, consulente dell'Associazione MoDeM, l'avvocata Antonella Labianca  e Simona Colombo con la sua testimonianza .



alla fine un dolce e salato buffet.



Questa iniziativa , rappresenta nel segno della continuità , un momento importante di sensibilizzazione ed informazione al fine di promuovere e diffondere la cultura della non violenza sulle donne ed il rispetto reciproco tra i sessi .


Terra di Donne - associazione bassa reggiana .


















































venerdì 3 febbraio 2012

Stupro di gruppo, no all'obbligo del carcere l'ira delle donne: "Sentenza aberrante"


FORTE INDIGNAZIONE!!!


Lo ha stabilito la suprema Corte, estendendo una promuncia della Consulta del 2010Nelle violenze sessuali del "branco", possibile applicare misure cautelari alternative.Carfagna: "Messaggio sbagliato". Pollastrini: "Lacerante". Lenzi: "Sarà un'ulteriore spinta al silenzio per le donne che subiscono violenza".


ROMA - Una sentenza destinata a far discutere. Nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, dando un' interprestazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010. Una decisione che ha scatenato la reazione, furente e bipartisan, di molte donne impegnate in politica: "Sentenza aberrante". 

La Cassazione ha annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere  per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate ed ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perchè faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell'interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale.

A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale non era consentito al giudice di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse del carcere in carcere.   Secondo la Corte Costituzionale, invece, la norma è in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione. Per questo la Consulta ha detto sì alle alternative al carcere "nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure".

Adesso la terza sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono 'in toto' applicabili anche alla 'violenza sessuale di gruppo' , dal momento che quest'ultimo reato "presenta caratteristiche essenziali non difformi" da quelle che la Consulta  ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio.

Le reazioni. 
"E' aberrante applicare misure alternative al carcere per lo stupro di gruppo. La Cassazione ha lanciato una bomba ad orologeria pronta ad esplodere e a depotenziare tale grave reato. Una donna che vede negato il carcere per i suoi carnefici subisce una seconda violenza" così Alessandra Mussolini del Pdl. "Una sentenza impossibile da condividere, contro le donne, che manda un messaggio sbagliato - dice Mara Carfagna, deputata Pdl ed ex ministro per le Pari Opportunità - Le aggravanti per i reati di violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come questo". Per Barbara Pollastrini del Pd la sentenza è "lacerante", mentre per la deputata del Pd Donata Lenzi la sentenza "sarà un'ulteriore spinta al silenzio per le donne che subiscono violenza". 

Sdegnata la reazione del coordinamento Internazionale delle associazioni per la tutela dei diritti dei minori1: "Questa sentenza maschilista non fa onore all'Italia. E' un invito a continuare la violenza sulle donne"

FONTE: LaRepubblica

 

mercoledì 25 gennaio 2012

«Sì, sono stata vittima di stalking»

Marzia Schenetti racconta la sua storia nel libro "IL GENTILUOMO - UNA STORIA DI STALKING "(ed. il ciliegio), libro che verrà presentato con l'autrice ed avvocate esperte in giurisprudenza  contro la violenza sulle donne ,il 25/2/2012  alle ore 16,00  presso la Biblioteca Comunale Frattini - Piazza Garibaldi da Terra di Donne  con il Potrocinio del Comune di Guastalla .



 TOANO. Secondo molti psicologi, il primo passo per affrontare un trauma è riuscire a raccontarlo. E Marzia Schenetti, di Cerredolo, ha deciso di farlo in un libro in cui ha riversato una brutta vicenda di stalking. Ne ha parlato in anteprima con il giornalista Gabriele Arlotti, che ha poi diffuso la sua esperienza tramite il sito internet appenninico Redacon. «Mi sono messa a nudo per non provare più vergogna», spiega la donna. Che racconta: «Un finto gentiluomo, un giorno, ha iniziato ad approfittarsi di me».  Dalle prime gentilezze, si è passati infatti a spinte, calci, fino a una cinta stretta intorno al collo. Con cicatrici profonde perché interiori: quelle incise più dalle parole che dai gesti. Lui diceva: «Non sei niente, non vali niente, senza di me sei una fallita».  Marzia, 45 anni, racconta di essere passata «da una prigionia a una prigione. La prigionia è lo stato in cui vive una donna che ha la sfortuna d'imbattersi in un profilo di stalker seriale. La prigione è lo stato in cui ci si ritrova successivamente. E' lo stato del morboso ricordo, lo stallo del senso incompiuto di giustizia. Da lì è nata l'esigenza di scrivere il libro. Quella di prosciugare il dolore con qualcosa che mi rendesse così nuda da non provare più vergogna».  Attraverso il libro si vive giorno per giorno l'incubo della donna, che a un certo punto decide di ribellarsi. «Ancora oggi - prosegue - lotto per ottenere giustizia. E penso che chi mi ha fatto questo grande male sarà il primo a prenotare il libro, o forse avrà trovato il modo di averlo in anteprima. Io ho imparato a convivere con la paura, senza rinunciare a lottare per riavere ciò che mi è stato tolto. Ho scritto queste pagine in un mese, passando giorno e notte al pc. Mentre scrivevo ripercorrevo ogni dolore, con la stessa ansia, la stessa paura, la stessa rabbia, ma tutto si fermava finalmente su quei fogli e prendeva forma di nuovo la mia vita. Una volta ultimato lo ho inviato a diverse case editrici e poi è arrivata la proposta da Giovanna, la mia editrice de Il Ciliegio, che ancora ringrazio».  Così Marzia racconta in uno scorcio del libro l'inizio della piena presa di coscienza della propria situazione: «Un senso di disgusto mi riempì a un tratto per tutto quello che rappresentava; il campo, il treno, il freddo e lui: la sua pelle unta tra le palpebre e gli zigomi, la sua voce stridula e compressa e quella saliva biancastra che diventava colla e si fermava ai lati delle sue sottili labbra. Lo guardai in lontananza come una macchietta arancione in quell'enorme giacca a vento e sentii il tormento di quei passi sulla terra bagnata come schiaffi sulla pelle, il treno e il suo fischio come un urlo tra i miei tanti soffocati dentro al cuore. Me ne andai. Fu la mia prima vera distanza». (l.t.)
9 febbraio 2011

mercoledì 4 gennaio 2012

Ha ancora senso essere femministe? di Stefania Noce" uccisa per amore"il 27/12/2011


...Stefania uccisa perché donna  
       di Lea Melandri
http://27esimaora.corriere.it/articolo/stefania-uccisa-perche-donna/

Tags: battaglie, corpo delle donne, femminismo, violenza .
      Un giovane ventiquattrenne, studente di psicologia all’Università La Sapienza di Roma, uccide a coltellate la donna che dice di aver amato “più della sua vita”. Come si può prevenire la violenza, sempre più frequente, che vede l’amore di un uomo trasformarsi in odio, una separazione diventare così intollerabile da trasformarsi in una incontrollata pulsione omicida?

Gli amici e le amiche di Stefania Noce non potevano scegliere un modo migliore per ricordarla che farlo “con le sue parole e le sue lotte”.

Nel sito del Movimento Studentesco Catanese è comparsa in questi giorni una foto in cui Stefania, ripresa durante la manifestazione del 13 febbraio di Se non ora quando? , tiene sollevato un cartello con la scritta
“Non sono in vendita”.
Di seguito, viene riportato un suo articolo pubblicato sul giornalino dell’Università di Catania, La Bussola, che ha come titolo :
Ha ancora senso essere femministe?
e come chiusura un giudizio che richiama in modo evidente lo slogan con cui aveva voluto esprimere una delle ragioni per cui riteneva che si dovesse ancora lottare per un’ “uguaglianza” che tenesse conto delle “differenze dei corpi e delle culture”, ma che fosse effettiva:
“Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione”.
Non poteva immaginare – o forse lo ha inconsapevolmente temuto?- che della possessività maschile, nella sua forma più selvaggia, sarebbe rimasta vittima lei stessa, e per mano della persona che voleva lasciare, ma che aveva sicuramente amato.

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.
A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:
non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, né, tanto meno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di denatalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.
Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.
Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.
Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.
Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicché le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.
Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.
Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.
Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perché di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.
Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.
Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.
Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”
Sen (Stefania Noce)

*La denuncia non basta , quella che stiamo facendo non sta funzionando.Cosa possiamo fare per uscire da questa indifferenza ? Quando quest'autunno ho avuto modo di leggere l'articolo , qui riportato di Stefania ,sono rimasta  toccata ed essendo una "donna che l'ha preceduta ", intimamente ho sentito il bisogno  di ringraziarla . Era una ragazza che ha preso il testimone di una generazione di donne ,che alla indifferenza e alla discriminazione di genere ,non si è mai rassegnata. Non averla più al nostro fianco perchè massacrata a coltellate, aggiuge al sentimento di impotenza che ci coglie ,stupore e incredulità.
Esprimiamo cordolio per la morte del nonno ,ucciso insieme a lei , nell'inutile tentativo di difenderla . Anna Scappi.

lunedì 2 gennaio 2012

ASSURDITA'

Sono tante le assurdità che tutti i giorni sentiamo e leggiamo, ma com'è possibile che nel 2012 ci siano Cardinali che abbiano il coraggio di uscire con posizioni del genere? Si è mai chiesto il signor Cardinale quali sono i sentimenti che vive una donna che prende una decisione così difficile e che cambierà la sua vita per sempre?
Ha mail provato il Sig. Cardinale ad ascoltare una donna? O nel 2012 pensa ancora che le donne siano delle streghe?

Mie care donne, uniamoci per non leggere più certe cose!!!

Caffarra: ''L'aborto è un delitto abominevole''



“L’aborto è l’uccisione deliberata e diretta (comunque venga attuata, chirurgicamente o chimicamente) di una persona umana già concepita e non ancora nata. E’ un delitto abominevole”.



Queste le dure parole usate dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, nel corso dell’omelia per la festa della Sacra famiglia. Caffarra ha lanciato un severo attacco contro l’interruzione di gravidanza, precisando che “la vita umana, in qualunque stadio, è sacra ed inviolabile; in essa si rispecchia la stessa inviolabilità del Creatore” .



Non è la prima volta che l'arcivescovo si scaglia contro l'aborto. Un anno fa, durante la messa nella parrocchia della Sacra famiglia a fine dicembre, aveva parlato di “una cultura della morte materializzata come ideologia, come ordinamento giuridico”. Nel 2009, nel corso di una conferenza, aveva condannato il via libera dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, all’immissione in commercio della pillola abortiva Ru486.



Per l’arcivescovo, oggi si sta perdendo “la vera misura del valore incondizionato di ogni persona umana” e per questo la “nostra società è malata mortalmente”. I sintomi andrebbero rintracciati non solo nella “distinzione fra vita degna e vita indegna di essere vissuta e nella negazione del carattere di persona all’embrione”, ma anche nella “progressiva legittimazione del suicidio e quindi dell’assistenza ad esso”. E' in corso un “cambiamento sostanziale della definizione della professione medica, non più univocamente orientata alla vita”. Caffarra invita “a non rassegnarsi a questa deriva. Non si fa luce in una stanza piombata nel buio discutendo sulla natura fisica della luce, ma riaccendendola”.

Fonte: 24 Emilia





mercoledì 30 novembre 2011

L'addio a “Laila” Malavasi eroina dell'emancipazione -

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Care amiche/ci ,

Terra di Donne - Associazione Bassa Reggiana ,vuole ricordare la memoria della cara amica Anita Malavasi - nome di battaglia Laila - , Improvvisamente scomparsa Domenica 27/11/2011. Laila , la Comandante Partigiana , che " dall'impegno nella Resistenza non'è mai tornata a casa ",ma ha sempre continuato a battersi in difesa dei diritti civili e sociali dei più deboli e delle donne . Persona carismatica ,autorevole e fiera della sua storia ,sempre presente ,attiva e disponibile, la trovavamo al nostro fianco in ogni pubblica iniziativa ,pronta a rimarcare il peso politico delle donne nella società, la difesa dei diritti civili nati dalla Resistenza e a trasmettere entusiasmo ,memoria ,esperienza e conoscenza alle più giovani , incoraggiandole con il suo esempio ad impegnarsi nella difesa dei diritti di giustizia , emancipazione ,democrazia e libertà per tutte/i  le cittadine/i senza distinzione di razza o etniche .
Grazie di cuore Laila .
Guastalla 28/11/2011

Trasmettiamo qui sotto il Comunicato inviatoci dall'ANPI di Guastalla .

Si è spenta oggi domenica 27 novembre 2011, alle ore 4, all'Arcispedale di Reggio, la valorosa partigiana Anita Malavasi ”Laila”

La forza e la passione intatte dei suoi splendidi novant' anni da poco festeggiati ci davano l'illusione che il momento sarebbe stato più lontano.
Da tempo ci accompagnava, presente sempre nei momenti più importanti, indicandoci anche con la sua franchezza e schiettezza, quasi come un testamento ma sereno, la strada più netta e onesta da seguire, le strategie di lotta, le relazioni feconde da attivare, affinchè la Resistenza sia una traccia definitiva di vita, specie per le nuove generazioni

“ Laila” è stata una protagonista del difficile cammino che le donne hanno compiuto per la conquista della libertà , assumendosi giovanissima la responsabilità di scelte difficili e rischiando la vita.

E’ stata una leader riconosciuta ed amata delle lotte delle donne per vedere riconosciuti diritti umani fondamentali: il diritto al lavoro, il rispetto e riconoscimento del valore del loro lavoro e del valore sociale della maternità.
Ha dedicato tutte le sue energie a trasmettere ai più giovani la memoria storica della sua straordinaria esperienza di vita e del ruolo che le donne hanno giocato nella conquista , nella difesa e nello sviluppo della nostra democrazia.
Ciao Laila, ti salutiamo con un sorriso, come vorresti tu, ma con la tua memoria feconda nel cuore.
Quattro Castella, si è spenta la comandante "Laila" Partigiana




                                          Due partigiane in una foto ricordo dei giorni successivi sono (da sinistra)   Maruska e Laila (Anita Malavasi) ritratte assieme al partigiano Gip.


Il partigiano Gip (Armando Morini) esperto guastatore, in una foto sempre del 1945.






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